eric de kuyper, omaggio a cocteau

Jean Cocteau, 1948 - Photo by Philippe Halsman

Nei titoli di coda rendo un esplicito omaggio alle mie fonti. Manoel De Oliveira, che mi fece l’onore e il piacere di amare molto il mio film, rifiutava categoricamente questa confessione delle influenze alla fine del film. “Al cinema, non si citano le fonti!”, diceva, “bisogna togliere questi titoli!”.

Si è protratto a lungo il malinteso: poiché’ negli anni Sessanta e Settanta ho prodotto e presentato un programma di film marginali alla televisione belga (fiamminga: BRT, si presume che io ami I cosiddetti film “d’avanguardia”. Poiché’ in seguito, negli anni Ottanta, ho realizzato io stesso film non commerciali come Casta Diva, Naughty Boys o Pink Ulysses, si è pensato che mi piacesse l’avanguardia classica. Ora, e lo ammetto senza vergogna, questo cinema non mi piace per niente. O meglio, diciamo che le mie affinità con l’avanguardia classica sono minime. Anzi, è un cinema che ha il potere di irritarmi. Credo di riuscire a spiegare di questa irritazione; quello che non mi piace nel cinema dell’avanguardia classica è innanzitutto la sua “rigidità’”, il suo “voler essere e fare arte”, il suo lato volontaristico e ideologico.
Sono caratteristiche comprensibilissime nel contesto storico, dato che l’avanguardia doveva affermarsi contro il cinema commerciale circostante. Ma perché’ la pratica di un cinema diverso avrebbe necessariamente dovuto svolgersi in un clima così negativamente discriminatorio? Anche in questo caso, la spiegazione viene dal contesto storico. All’epoca, il modernismo, questa volontà arrogante di affermare la contemporaneità, dettava la moda nell’ambito delle arti plastiche. D’altro canto, è assolutamente evidente che le possibilità plastiche offerte dal cinematografo non potevano incitare gli artisti a voler fare cinema e i cineasti a sfruttare quelle caratteristiche. Sono quindi numerose le ragioni che inducono ad accettare questa tendenza del cinema, a riconoscerne l’importanza e ad ammetterne la costanza. Rimane però il fatto che cinema non mi attrae…



I tecnici si divertivano a dire: “Non funziona, quindi andrà bene!”

“Fin dove si può andare lontano?”. Ho assunto come massima nel mio lavoro la frase di Cocteau, non come atteggiamento verso gli spettatori, ma piuttosto verso me stesso. Mi spiego: il lavoro o il gioco al quale mi dedicavo durante la preparazione e le riprese consisteva nel chiedermi se avrei osato…
Non per timore o per pudore, non per provare i limiti della provocazione – questo non m’interessa. Si trattava di qualcos’altro: confrontare il mio “gusto” con quello che pensavo essere di “cattivo gusto”, quello degli altri o anche il mio.
Ad esempio, usare una ninfea di plastica, anziché’ una vera, mi ripugna. Ma perché’? Questa resistenza dovrebbe essere trasgredita.
Dunque occorreva, in un certo senso, riscoprire la bellezza dei fiori di plastica; o ancora, una messa in scena stereotipata al massimo, con riflesso nello specchio, omaggio diretto all’autore di Orphée; oppure un attore che recita con una rosa (rossa per giunta) filmata in primo piano; o usare la musica da balletto di Čajkovski o sottolineare con decisione la bellezza classica dei corpi…


Un altro mio lavoro, una coreografia, ha come titolo Echte Clichés, (Cliché autentici), perché esiste una verità degli stereotipi; un titolo che potrebbe anche essere il sottotitolo di Pink Ulysses

Mi dedicavo in questo modo a giochi acrobatici, perché non si doveva cadere nel discorso pubblicitario (il quale vuole essere di buon gusto e generalmente è, sul piano estetico, nella norma di questo gusto). Come restituire la vitalità originaria a estetiche ormai logore? Questa lotta con gli stereotipi richiede un certo coraggio e una certa perseveranza. S’instaura normalmente un’autocensura. Un atavismo mi vietava di fare questo o quest’altro (“questo non si fa, non si fa più…”). “Andiamo fino in fondo”, mi dicevo, “e senza ritegno. Ritroviamo la bellezza della materialità delle cose grezze, anche quando sono finte”. Persino nell’uso di pellicole usate, di riprese “mancate”…, mi sentivo molto vicino all’atteggiamento profondo di Cocteau, al suo cammino artistico così come lo descrive nei suoi Entretiens. Non per la sua arte, perché’ Cocteau rimane francese e quindi molto cartesiano. E’ riuscito però a far cadere una caratteristica molto francese, la tirannia del buon gusto.
Per finire, quello che mi piace molto di Cocteau è la sua (falsa) ingenuità, invece quello che non mi piace di tanti cineasti d’avanguardia è il fatto che si prendono troppo sul serio, non si divertono, ridacchiano. Vogliono produrre arte. In realtà non si limitano a fare quello che Diaghilev chiedeva a Cocteau: “mi stupisca”. Non intendono stupire, ma impressionare! Si credono sempre più forti, più intelligenti, più furbi. Come sono stupidi!
Mi rimane quindi da scoprire l’avanguardia al cinema, finora si è quasi interamente sottratta dalla mia ammirazione. Non ho perso la speranza, perché’ so per esperienza che quello che ho aborrito un tempo riesce talvolta, per via indiretta, a turbarmi, a incuriosirmi o a sedurmi. D’altronde abbiamo una vita intera per imparare ad amare, per scoprire, per stupirci…Non è mai troppo tardi. Riscopriamo quindi l’avanguardia. Chi lo sa, forse riuscirà ad affascinarmi?


eric
Eric de Kuyper is a Flemish-Belgian and Dutch writer, semiologist, art critic, and experimental film director. Fictionalized autobiographical novels, written in the 3rd-person, account for most of his creative work.