ideologia di una scrittura. I colori del nero

I COLORI DEL NERO
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i solito si usa opporre, sul piano ideologico, il romanzo “a enigma” al noir. Il primo viene generalmente definito conservatore e reazionario, il secondo, invece, progressista. Se non è possibile discutere qui la veridicità della prima affermazione, è nostro diritto ponderare accuratamente la seconda. Nel noir americano esistono, sono sempre esistiti, due distinti filoni ideologici. Uno di questi potrebbe essere definito reazionario, perfino fascista, ed è quello sviluppato dalla letteratura western (i temi sono quelli della legge e dell’ordine), iniziato da Carroll John Daly e continuato da Cleve. F. Adams, la cui apoteosi è costituita dai romanzi di Mickey Spillane. L’enorme successo di pubblico di quest’ultimo stimolerà molte vocazioni, influenzerà degli autori che ne rilanceranno il sadismo e l’abiezione, non senza compiacimenti. Questa corrente del noir ha trovato, negli ultimi anni, uno specifico contenitore, quello stesso che per un certo periodo ha costruito un vero e proprio fenomeno all’interno dell’editoria degli Stati Uniti, le edizioni Pinnacle books, ovvero Fawcett. Questo filone, che disturba molto gli apologisti del noir, è chiaramente passato sotto silenzio, mentre rappresenta una parte quantitativamente non disprezzabile della sua totalità (e forse anche qualitativamente, considerando Nelson De Mille, Daniel Da Cruz, Elliot Lewis), e ha segnato profondamente alcune tappe della sua storia e del suo sviluppo. Notiamo, inoltre, che è generosamente rappresentato nell’ambito del film noir degli anni Settanta. L’altro filone, come viene tradizionalmente definito, va da Dashiell Hammett ad Arthur Lyons – tanto per stabilire dei confini di rapporto al tema più direttamente politico, quello della città corrotta – e getta uno sguardo sulla società americana. Uno che può essere filtrato dagli schermi più diversi: impregnato di idealismo o di cinismo, di rabbia o di disperazione, di stanchezza o di amarezza, di rassegnazione o di rivolta. Nei primi anni del noir, questo sguardo si incarna in un personaggio a cui i critici attribuiscono generalmente un valore emblematico: quello dell’investigatore privato.

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Ora, questa figura non ha che un vago rapporto con l’investigatore privato della realtà americana, e in particolare con quelli dell’agenzia Pinkerton – di cui, oltretutto, Dashiell Hammett faceva parte – che furono molto spesso utilizzati negli anni tra le due guerre per interrompere gli scioperi e per dare la caccia ai sobillatori degli operai, compiti di cui si hanno raramente gli echi nei romanzi noir. Il private eye del romanzo agisce da rivelatore in uno spazio che si apre tra i vari poli del potere: il potere politico spesso corrotto, l’alta società che è l’espressione stessa del capitalismo e del potere del denaro, la teppaglia malavitosa che assai sovente non è che il “doppio” pervertito e deformato del capitale (d’altronde, a ciascuno il suo “capo”). La sua ricerca/inchiesta, il cui percorso assomiglia molto spesso a quello di una palla da biliardo, che ad ogni colpo cambia direzione, lo porta mascherare l’intreccio di fili che unisce i tre poli, a partecipare alle lotte che vi si svolgono. Il romanzo noir, dunque, non ha alcuna pretesa “naturalistica”, ma è essenzialmente metaforico; la visione della società americana offerta al lettore è una visione più grande del vero, deformante, esacerbante, nuda. Questo perché’ stabilisce una mitologia – aiutato in ciò e sostituito dal cinema – privilegiando alcuni personaggi tipici: la vamp fatale, l’assassino sadico… e degli scenari sintomatici. L’archetipo dell’investigatore privato sussisterà per tutta la seconda generazione e conoscerà degli sviluppi interessanti grazie ad autori come Ross Macdonald, William Campbell Gault, Thomas Dewey, John Evans, Roy Huggins, ma alcuni scrittori di romanzi tascabili finiranno per indebolirlo e lo svuoteranno spesso del peso critico, usando e abusando delle mitologie, fino a quando queste non mostreranno la trama. Bisognerà attendere la terza generazione e il novello hard-boiled degli anni Settanta perché’ questi romanzi ritrovino una strada autentica, un senso politico e romanzesco. E’ tuttavia durante l’era del romanzo tascabile che il noir subirà una metamorfosi interessante e significativa. Lo spettro sociale rappresentato si allarga a comprendere strati di popolazione fino ad allora relegati in secondo piano, con una predilezione tutta particolare per quelli meno favoriti, quelli segnati dalla miseria, o dalla sfortuna, quelli dei bassifondi urbani e dei ghetti, quelli che recano il marchio di american way of life. Nello stesso momento, l’eroe cessa di essere un personaggio mitico – incarnazione di un moderno e cinico cavaliere – per arruolarsi nel quotidiano, nel reale, per non essere che un uomo qualsiasi su cui si abbatte il fato, come accade alla maggior parte dei personaggi centrali di Jim Thompson, di David Goodis, di William O’Farrell, di Bill Ballinger, di Harry Whittington e di altri. Sotto la loro penna, il romanzo noir passa dalla denuncia metaforica al realismo sociale e abbandona l’investigatore privato emblematico a favore di personaggi meno stereotipati, più veri, più vicini al lettore, perfino in odore di antieroe. Spetterà ai migliori autori della terza generazione conciliare le acquisizioni della prima e gli apporti della seconda: l’investigatore privato e il realismo, la critica sociale e l’ambiguità. Tra le falsità che si leggono si discutono spesso a proposito del romanzo noir ce n’è una che non sopravvive ad un semplice esame cronologico. Certi critici fanno nascere il romanzo noir dalla grande crisi economica del 1929. A quell’epoca, la scuola dell’hard-boiled era già operante da sette anni… Ciò che è sicuro, invece, è che esso si farà eco di tale crisi, che vi attingerà sostanza, come del resto si farà eco permanente dei grandi rivolgimenti della società americana: la seconda guerra mondiale, le guerre di Corea e del Vietnam vi appaiono spesso in modo indiretto con la descrizione della sorte riservata ai reduci. Come del resto sarà attento alle evoluzioni della società: la crescita della delinquenza giovanile, i problemi delle minoranze etniche, l’insicurezza crescente – reale o supposta – e le organizzazioni di autodifesa, i fenomeni di manipolazione dell’opinione pubblica, ecc.

i colori del nero
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n altro cliché’ che viene ripreso da Jean-Patrick Manchette: “il romanzo noir classico americano era grande perché’ presentava il crimine come crimine organizzato”. Affermare questo significa dimenticare che il noir non è stato il primo a farlo, e che anzi il medesimo concetto lo si ritrova nei “primitivi francesi”, da Paul Féval a Fantomas, passando per Arsenio Lupin, come nei thriller inglesi di Edgar Wallace o di E. Philips Oppenheim, in un modo certo segnato dalle convenzioni del romanzo popolare di cui, sia gli uni che gli altri, sono emanazioni – del feutillion gli uni, del romanzo gotico di grande diffusione e dei Penny Dreadful gli altri. Significa dimenticare che non una sola forma di crimine, bensì molte, che il crimine non è sempre compiuto da un’organizzazione o da una banda, ma spesso è l’atto di un individuo solo. Si potrebbe certo provare a sovrapporre tale dicotomia cronologia a quella che esiste tra romanzo d’enigma e romanzo noir, con esiti senza dubbio fruttuosi; l’uno e l’altro affondavano le loro radici in fatti criminosi reali o si ispiravano a fatti di cronaca, ma si sarebbe obbligati a constatare che il romanzo noir moderno ha sovente fatto ricorso al “crimine individuale” con il tema dell’assassinio psicopatico, che si potrebbe definire, per il gusto della definizione, la discendenza di Jack lo Squartatore. Ci pare curioso, al contrario, che non si insista più sovente sulla differenza essenziale che esiste tra il romanzo d’enigma e il romanzo noir, e che è di natura formale. Il romanzo d’enigma classico utilizza una struttura molto forte, molto costrittiva, che è difficile oggi manipolare dando prova di spirito innovativo – occorre, per questo, il genio di Peter Dickinson o John t. Sladeck: due esempi che provano che il romanzo d’enigma può rispecchiare il mondo contemporaneo. Il romanzo noir non si è mai fissato in uno schema formale, tanto meno per quanto riguarda le strutture: ne ha utilizzate parecchie (l’inchiesta, la caccia, l’evasione, la degradazione), continua ad esplorarne altre, le mette in gioco una contro l’altra per quanto concerne gli intrighi, per i quali moltiplica i punti di vista. Ne’ vi è uno scenario fisso: dalla giungla urbana si è passati alla conquista del mondo rurale (Charles Williams, Jim Thompson…), poi di tutto il pianeta (il mondo diventa la scacchiera di un gioco privo di regole). Per quanto riguarda i personaggi fissi, l’investigatore privato o il gangster non sono più i soli eroi del romanzo noir: basti pensare agli sbirri di William P. McGivern o a quelli di Ed MacBain, a Bernie Rhodenbarrr e a Parker, agli avventurieri di Wade Miller. Per quanto riguarda, poi, il livello della scrittura, non siamo più alla fase “scremata” di Captain Shaw, ne’ allo stile tough (duro); Pronzini non scrive come Hammett, ne’ Gregory MacDonald come Chandler. E’ questa stupefacente plasticità, questa notevole vitalità, questo ribollire e questo continuo risorgere che fanno del romanzo noir un fenomeno letterario tanto appassionante. E’ un genere in costante evoluzione, in costante ricerca, in costante movimento. E’ per questo che non ci sembra, a differenza di quanto pensano alcuni critici, che oggi sia in un periodo di decadenza: al contrario, ci pare sempre molto rivelatore della contemporaneità proprio quando ricorre in parte all’auto contemplazione narcisistica e alle virtu’ di un ritorno al passato. Notiamo anche, con un certo piacere, la contaminazione con elementi sempre più marcati appartenenti al genere fantastico – si confronti The Eye of the Beholder (1980) di Mark Behm, Falling Angel (1978) di William Hjortsberg, Echo (1980) di Kennett Jupp – e non saremo lontani dallo scoprirvi i segni rivelatori di una quarta e feconda generazione.

A cura di di Jacques Baudou e Jean-Jacques Schleret